Dovrebbe essere un momento di gioia. Eppure anche il parto può trasformarsi in un’esperienza da dimenticare. O peggio, in un trauma che segna profondamente la vita di una donna. Colpa della cosiddetta violenza ostetrica: trattamenti irrispettosi, procedure mediche imposte senza adeguate informazioni o in barba ai desideri della partoriente, abusi, maleducazione e mancanza di sensibilità, tutti pericoli che possono traumatizzare e umiliare profondamente le neo mamme. Un problema riconosciuto anche dall’Oms, ma associato solitamente ai paesi in via di sviluppo. E che invece rappresenta una triste realtà anche in Italia: è quanto emerge da uno studio appena pubblicato sull’European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology, il primo a misurare la diffusione della violenza ostetrica in un paese ad alto reddito.

Da Repubblica.it

L’INDAGINE
Lo studio attuale nasce dall’impegno delle associazioni CiaoLapo Onlus e La Goccia Magica e dell’L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica (OVOItalia). E come spiegano i suoi autori, è la naturale estensione della campagna di informazione “#Bastatacere: le madri hanno voce”, che nel 2016 ha iniziato a puntare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sul problema della violenza ostetrica. Un’esperienza da cui è nato un questionario pensato per indagare la diffusione di cattive pratiche, abusi e problemi (interpretati rispettando la definizione di violenza ostetrica formulata dall’Oms) più o meno gravi nelle sale parto della penisola. Le domande sono quindi state sottoposte a 424 donne con figli di età compresa tra zero e 14 anni, aiutando a tratteggiare le dimensioni, sorprendenti, di un fenomeno invisibile ma diffusissimo, anche nel nostro paese.

UN MILIONE DI VITTIME
Le cifre che emergono dall’indagine d’altronde parlano chiaro: il 21,2% del campione intervistato ha ammesso di considerarsi vittima di violenze ostetriche, il 33% ha dichiarato che considerare inadeguata l’assistenza ricevuta durante il parto, il 34,5% ha denunciato seri problemi di privacy o di fiducia nel personale sanitario. E le conseguenze di questi problemi sono facili da osservare: il 14,5% delle intervistate non è tornata nella struttura dove ha effettuato il primo parto per la seconda gravidanza, e il 5,9% ha addirittura accantonato l’idea di un secondo figlio a causa della pessima esperienza vissuta. “Stando alla ricerca Doxa – spiega Claudia Ravaldi, psichiatra psicoterapeuta fondatrice della Associazione CiaoLapo Onlus – si stima che ci siano circa 1 milione di mamme italiane, con figli 0?14 anni, che avrebbero vissuto un’esperienza di violenza ostetrica durante il parto o il travaglio, momenti delicati e complessi in cui l’assistenza medico sanitaria ha un ruolo fondamentale per il benessere sia della neomamma che del nascituro”.

LE PROCEDURE A RISCHIO
I raccolti nello studio aiutano anche a farsi un’idea di dove, e quando, le partorienti italiane sono più a rischio. Come spesso capita, è al Sud e al Centro Italia che si concentrano la maggior parte dei disservizi. Le probabilità di subire maltrattamenti o vivere una esperienza traumatica è inoltre molto bassa nei casi in cui alle pazienti viene chiesto il consenso prima di intraprendere una determinata procedura, mentre schizza alle stelle in caso di cesarei e altre procedure di emergenza, in cui manca una comunicazione franca e aperta tra medico e partorienti. Guardando ai risultati dello studio, i fattori che contribuiscono maggiormente alla percezione del parto come “violenza ostetrica” sono: partorire sdraiate sulla schiena con le gambe sulle staffe, l’imposizione di pratiche mediche senza la richiesta di consenso (in particolare l’episiotomia, l’incisione chirurgica del perineo e della vagina per semplificare il parto) e la mancanza di un’efficace anestesia durante il cesareo.

 

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